La passione del mezzogiorno italiano verso il mondo del calcio è qualcosa di diverso che solo chi ci vive può
capire, un po’ come nei quartieri più poveri di Buenos Aires, dove lo sport di origine inglese viene visto più
come una religione che uno spettacolo. Negli anni di grande splendore del calcio italiano, dove la serie A
era probabilmente il miglior campionato d’Europa ,c’era uno stadio temuto da tutti , nel quale non
contava il fatturato o il blasone , dove andare in trasferta rappresentava un incognita anche per i più grandi
team come la Juventus di Platinì o il Milan di Sacchi.
Stiamo parlando di uno stadio che ha visto grandi fallimenti, spesso per dirigenti poco affidabili ,ma che in
qualsiasi categoria ha visto la passione della sua gente immutata , di un paesino campano all’ombra dei
monti irpini che negli anni ’80 ha accarezzato l’idea di un sogno europeo , un sogno che non si è mai
concretizzato ma che ancora oggi viene tramandato ai più giovani, stiamo parlando di Avellino e del suo
Partenio.
Nella stagione 1986-1987 il Partenio era un incubo, caddero blasoni come Roma ,Milan ,Fiorentina e
Sampdoria, mentre con un pareggio ne uscirono Juventus e Napoli.
Il merito di aver creato un fortino , “la tana del lupo”, va sicuramente al allenatore brasiliano Luis Vinicio
,che si aspirava proprio al calcio verde-oro, composto da poca tattica e tanto atletismo, senza però
rinunciare alla qualità di un centrocampo di visione e inserimento. Il fulcro del gioco non poteva che essere
un brasiliano, Dirceu, un centrocampista che aveva faticato nei suoi primi anni in Serie A tra Verona e
Napoli, ma che ad Avellino trovò un ambiente consono alle sue caratteristiche ,dove la squadra girava
attorno a lui, e un allenatore connazionale che gli dava la libertà di esprimersi come nel Botafogo ,squadra
dove mise in mostra tutto il suo talento prima di passare all’ Atletico Madrid.
Il capitano era Franco Colomba ,un ottimo incontrista che legava attacco e difesa ,mentre ai gol ci
pensavano l’austriaco Schachner e il giovane Tovalieri.
Il giocatore più importante era però quello sugli spalti, una bolgia che trasformava i suoi giocatori in veri e
propri “lupi”(simbolo della squadra era ed è ancora oggi il lupo).
Il rimpianto dei verdi fu quello di non avere un rendimento costante durante l’anno ,soprattutto tra casa e
trasferta, e di aver perso molti punti contro avversarie di pari o inferiore livello, forse per una scarsa
consapevolezza dei propri mezzi che usciva solamente nelle sfide più difficili e solamente nel proprio
“fortino”.
L’ Avellino non è riuscito mai a ripetere quell’ottavo posto in Serie A e dopo numerosi fallimenti ora si trova
nel campionato di Serie C come neo promossa, ma la sua gente non ha dimenticato, e l’orgoglio non si è
spento e probabilmente mai si spegnerà ,lasciando ai giocatori la certezza di poter contare sempre sul
Partenio.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui